Lavoro e economia

»  23 dicembre 2010 - Cartoline dal 2010. Migranti, primo marzo e Rosarno: vi dicono qualcosa?

In “viaggio” con gli immigrati, dai centri di identificazione ai caporali in strada ai posti di lavoro nei campi e nei cantieri.

Nuoro - Che cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo? In un’Italia sempre più multietnica, dove nuovi colori, nuove culture, nuove religioni, nuovi sapori si incontrano, non tutti riescono a cogliere la bellezza della multiculturalità e il vantaggio concreto dell’aiuto all’economia.

Gli immigrati contribuiscono sempre di più al mantenimento annuale del Pil del nostro paese: svolgono spesso mansioni tra le più umili e sottopagate. Sono badanti quando va bene, agricoltori, servi pastori. I più fortunati riescono a studiare nel nostro Paese, perché figli di immigrati o perché in possesso di speciali permessi. Il problema che spesso li ostacola è la bestia millenaria del razzismo e della cosiddetta “intolleranza istituzionalizzata”: ovvero quella serie di provvedimenti, leggi e decreti legge sbarcati in Parlamento e ovviamente approvati in questi ultimi due anni.

Parlo dei trattati italo-libici, delle sanatorie-truffa che non permettono la regolarizzazione dei clandestini, dell’istituzione del reato di clandestinità, e della più vecchia ma indimenticata (e tuttora in vigore) legge Bossi- Fini. Il razzismo cieco fomentato dalla Lega Nord e da molte frange dell’estrema destra italiana, con cacce all’immigrato e manifestazioni plateali, sembra aver ormai preso piede anche grazie allo strapotere televisivo o, in generale, mass-mediatico. Ancora oggi, quando si sospetta che un atto criminoso sia stato compiuto da uno straniero, si scatena puntuale la xenofobia e la bagarre mediatica: su questa scia anche il caso di Yara Gambirasio, la ragazzina di Brembate scomparsa in paese e l'accusa immediata a un giovane marocchino. Per cosa? Un errore di traduzione da una intercettazione telefonica.

E se la forza, umana ed economica, che questi uomini e queste donne mettono a disposizione per l’Italia venisse a mancare per un giorno? Si è provato a fare questo esperimento con l’esperimento della Giornata del Primo Marzo. Il Primo Marzo si propone di organizzare una grande manifestazione non violenta per far capire all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante l'apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società. Questo movimento nasce meticcio ed è orgoglioso di riunire al proprio interno italiani, stranieri, seconde generazioni, e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i più deboli.

Si collega e si ispira a “La journée sans immigrés: 24 heures sans nous”, il movimento che in Francia ha organizzato uno sciopero degli immigrati per il 1 marzo 2010. Il colore di riferimento è il giallo, perché è considerato il colore del cambiamento e per la sua neutralità politica: il giallo non rimanda infatti ad alcuno schieramento in particolare. Il successo della partecipazione dello scorso anno ha spinto gli organizzatori a tentare di nuovo la strada della manifestazione pacifica nella lotta contro il razzismo, e la preparazione del Primo Marzo 2011 è in corso.

Un dato importante è emerso dalle manifestazioni dello scorso anno: in una giornata priva delle braccia degli stranieri, la produzione è scesa circa dell’1,5 per cento. Un dato che dovrebbe far riflettere coloro che hanno reso la clandestinità un reato. Se oggi a un immigrato regolare capitasse di dimenticare a casa gli originali o anche se avesse avuto con sé le fotocopie (per non perdere gli originali) del permesso di soggiorno, verrebbe rinchiuso in un centro di identificazione e rischierebbe fino a duemila euro di multa e un anno di carcere. Provate voi a immaginare un italiano condannato a un anno di carcere per aver dimenticato la carta di identità.

Infatti la legge vale solo per gli stranieri. Il reato di clandestinità va letto anche in un altro modo: uno schiavo dell’agricoltura al sud o dell’edilizia al nord che non ha il permesso di soggiorno non può mai più denunciare pubblicamente o alle autorità le sue condizioni di schiavitù. Perché rischia l’arresto immediato e se non lascia l’Italia, una condanna fino a 4 anni di carcere. Più del suo caporale, che non rischia nulla, e del datore di lavoro che spesso non si trova.

Cosa trovano i migranti al loro arrivo in Italia, dopo le nuove norme sull’immigrazione? Nella maggior parte dei casi si finisce in un centro di accoglienza, o Cie: acronimo per centro di identificazione ed espulsione. Grazie a eccellenti inchieste giornalistiche e a testimonianze dirette oggi sappiamo che la parola “accoglienza” ha poco a che fare con il posto in cui ci si trova: l’emblema dell’inferno è il centro di Lampedusa. Una vera e propria gabbia, fortemente sovraffollata, con camere sporche, toilettes sudice e rituali degradanti per la dignità umana. Tra questi, l’appello del mattino e della sera detto “ashara-ashara”, in cui gli immigrati vengono contati in file da dieci. Un quadro molto diverso da quello che ci venne presentato in occasione di una visita ufficiale di delegati di vari Paesi.

Esistono però anche persone che, con la loro umanità, riaccendono piccoli barlumi di speranza in queste persone. Dopo alcune settimane e dopo molti interrogatori e identificazioni, una parte dei migranti viene rimpatriata. Un’altra parte viene trasferita negli altri centri di accoglienza. A questo punto, viene rilasciato il “foglio di via”: vale a dire, si deve lasciare l’Italia entro il termine scritto sul foglio. Ci vuole poco, invece, per stracciare questo foglio e prendere il primo treno per Roma o Milano. Così comincia la vita in Italia: trovandosi un tetto per le prime notti, i più fortunati hanno già un parente o un amico che li aspettano. Non avendo permesso di soggiorno, ci si deve accontentare di lavorare in nero: così i migranti vengono reclutati per i lavori più disparati. Dall’agricoltura all’edilizia. Fermi ai margini delle strade, aspettano che i caporali passino a reclutarli. E lavorano: spesso per una manciata di euro, dodici ore sotto il sole o la pioggia, sfruttati e minacciati dalle mafie che li controllano. Vengono ulteriormente picchiati, violentati, maltrattati. Trattati come schiavi per la raccolta degli agrumi: 22 euro al giorno, anche per 14 ore di lavoro. E guai a ribellarsi: aggressioni e minacce di morte.

Queste le motivazioni della rivolta dei braccianti africani di Rosarno nel gennaio scorso, sollevazione spontanea contro cui si scatenò la selvaggia “caccia al nero” orchestrata dalle cosche mafiose. Pochi hanno l’effettivo coraggio di denunciare, e chi lo fa rischia di essere identificato come clandestino ed espulso. I nostri governi hanno sempre saputo ciò. Ma manca ancora oggi il coraggio di ammettere le proprie responsabilità verso queste persone, costrette a soffrire prima nella loro patria e poi in una terra per loro straniera. Persone perseguitate dalle avversità ogni giorno, quasi schiacciate da avvenimenti e decisioni che i più potenti prendono per un’intera nazione: una nazione inconsapevole che questi migranti, a causa delle loro peripezie, sono i nuovi eroi di questo secolo.

Valentina Chessa