Politica e istituzioni

»  23 dicembre 2010 - L'inconsistenza del partigiano Dario: terzo polo come la Resistenza, paragone fuori luogo

Piccole riflessioni sui tentativi democratici di far digerire la possibile adesione al terzo polo. Gli accostamenti improbabili di Franceschini

Cagliari - Straordinario: è l’aggettivo più appropriato per commentare le argomentazioni con cui Dario Franceschini risponde all’insurrezione dei militanti del Pd contro l’ipotesi “terzopolista”. Siamo di fronte a un’emergenza democratica, sostiene. Il rischio reale è quello di un’involuzione autoritaria, continua.

Berlusconi è un potenziale dittatore e potrebbe – pensate – anche decidere di andare alle elezioni anticipate, vincere nuovamente e farsi eleggere presidente della Repubblica. E giù ad immaginarsi il Quirinale popolato di giovani e giovanissime segretarie “tutto fare”. Blinderebbe le sue liste di fedelissimi e – attraverso questa legge elettorale suina – potrebbe conquistare il controllo assoluto del Parlamento. E sai che novità.

Quindi bisogna allearsi fra forze molto diverse – per cultura e storia politica – come fecero i partigiani. Che non si chiesero, prima di liberare il Paese dal fascismo, chi era monarchico e chi repubblicano. Il confronto politico iniziò solo dopo la Liberazione, anche se non è proprio così che andò.

Parole evocative e di fascino, non c’è dubbio. Ma qualcosa non torna. Nell’enfasi, infatti, il partigiano Dario omette qualche “piccolo” ed “insignificante” particolare. E siccome notoriamente a sinistra ci si diverte a cercare peli nell'uovo, proviamo a parlarne.

In primo luogo di tutta questa preoccupazione solamente due anni fa non se ne vedeva l’ombra. Erano gli anni ruggenti della sbornia maggioritaria. Quella che fece sognare una semplificazione bi-partitica del sistema politico nazionale. E verrebbe da chiedersi se quello non fosse un implicito riconoscimento della “democraticità” del signor Berlusconi, visto che non si può teorizzare l’alternanza fra fascismo e democrazia.

In secondo luogo il rischio di tenuta del Paese è innanzitutto di tipo sociale: viste le condizioni drammatiche nelle quali versa il popolo italiano, ben rappresentate – da ultimo – dai recenti dati Istat sulla disoccupazione e sulla precarizzazione del lavoro.

Terzo: è vero che l’aggressione sistematica alla magistratura, lo smantellamento del sistema formativo, della sanità pubblica, dell’unità nazionale, descrivono una condizione preoccupante e un futuro che potrebbe avere sbocchi assolutamente incompatibili con l’idea di democrazia pensata dai costituenti.

Ma è anche vero, invece, che l’unità fra le forze politiche e sociali del Comitato di Liberazione Nazionale non si basava sul nulla. E’ vero che cattolici, comunisti, socialisti, azionisti, condividevano una serie di valori di fondo che – infatti – consentì loro di dare vita a una Costituzione giudicata, ancora oggi, fra le più avanzate dell’occidente “sviluppato”. Così come in quegli anni non era nemmeno lontanamente pensabile che ai Cln partecipassero forze politiche dichiaratamente di destra.

Come invece accade oggi nel terzo polo. Ora: sarà pure vero che Fini non è Mussolini, ma Franceschini ci deve spiegare come si fa a costruire uno scenario alternativo con chi ha condiviso tutto ciò che in questo ventennio di berlusconismo è successo: dalle leggi anti immigrazione a quelle che hanno massacrato il lavoro. Non da ultimo, del resto, l’annunciato assenso alla riforma Gelmini. Compagno Dario: qual è il terreno minimo ideale della nuova lotta di Liberazione che proponi a noi cellule partigiane dormienti?

Furono le forze politiche e sociali del centro sinistra a liberare il Paese. Franceschini invece difende una prospettiva che romperebbe il centrosinistra. Almeno quello che finora abbiamo conosciuto. Lo rompesse ad esito di una progettualità alternativa fallita sul piano elettorale si capirebbe. Ma il problema è precisamente che non ci si è nemmeno provato a ragionare intorno a una riforma complessiva del Paese, a una proposta alternativa.

Anzi, in questi anni un’intera classe dirigente della sinistra (e nell’ultima fase il Pd) ha inseguito – fatalisticamente – Berlusconi sul suo terreno. Cedendo quote di idealità e valori come fossero inutili orpelli, agendo in maniera spregiudicata la strada del centrismo. Quella strategia è fallita. Oggi semplicemente assistiamo a una clamorosa coazione a ripetere, senza che nemmeno si provi ad aprire una fase pubblica di discussione del centrosinistra attorno all’idea di un Paese migliore.

Ma se quella volontà è assente, se il problema (e non la risorsa collettiva) diventa Nichi Vendola ed il rischio – pensate un po’ – che vinca le primarie e che dia una svolta di sinistra al centrosinistra e magari al Paese, allora perché Dario Franceschini non la dice tutta? E cioè che un assetto moderato e centrista è il vero approdo, è l’orizzonte strategico.

Tanto non c’è problema, a lui e Fioroni nessuno chiederà mai di sfondare la Linea Gotica.

Michele Piras