L'Editoriale

»  21 dicembre 2010 - Gasparri e Gramsci (Scusaci, Antonio)

Cagliari - Dopo averci detto che bisognerebbe fare come Cossiga fece sul finire degli anni ’70, ecco Maurizio Gasparri a raccontarci che nei cortei del movimento contro la riforma Gelmini potrebbero esserci dei “potenziali assassini”. Arresti preventivi, quindi, e di massa: “Genitori, tenete a casa i vostri ragazzi”.

Prove di fascismo: il proverbiale lupo – fatto salvo il pelo – il vizio non lo perde mai. E trattasi di un branco. Di lupi e insopportabili idioti, che in questi giorni si accalorano per salvare l’ordine da un orda di “vigliacchi” ragazzini. E trattasi di uomini di governo e capigruppo. Certo lo sono in questa brutta Repubblica dell’oscurità e della menzogna. Ma è così.

La logica del capro espiatorio: spostare l’attenzione dal baratro nel quale il governo del “più tre” sta spingendo il Paese. Figurarsi che annunciano di durare fino al 2013: roba da cinebrivido.

Roma brucia. Ma di ciò che è realmente successo il 14 dicembre scorso nessuno parla. Delle stranezze – per così dire – che emergono dalle immagini degli scontri. Delle inchieste dei free lance. Dei ragazzi spediti all’ospedale a colpi di casco da strani personaggi che – anch’essi – affollavano le strane d’imbocco a piazzale Venezia.

La violenza è certo la cosa più stupida. Il miglior modo per dare fiato alla bocca di Gasparri. E’ anche il miglior modo per danneggiare la causa. Ma la violenza non è stata solo quella del corteo. Perché respingere la guerriglia urbana sarà pure un dovere e un mestiere. Ma calpestare – letteralmente – dei quindicenni prima di arrestarli è altro. Più che l’Italia repubblicana ricorda il Cile di Pinochet.

Così per due giorni Gasparri catalizza l’attenzione. Nelle sue parole l’odio del “partito dell’amore”. Del resto gli amori del giovine Maurizio sono cosa conosciuta. La “tensione” degli anni di piombo era una strategia piuttosto articolata: c’era chi provocava, chi sparava, chi metteva le bombe. Il capogruppo e il ministro La Russa sono esperti del settore. E non riescono proprio a dimenticare gli “anni ruggenti”.

Invece sono i sogni di intere generazioni che non esistono più. La battaglia – aspra e di civiltà – contro un sistema formativo che rischia definitivamente di tramutarsi in una catena di montaggio della precarietà passa però in secondo piano. Così il suo tema di fondo. Proibito dalla common law dell’era berlusconiana. Appena sussurrato nei discorsi di chi al massimo deve pensare a come arrivare alla fine del mese.

Il tema di fondo è la privazione del futuro. La speranza che non c’è più. L’instabilità dei contratti. L’inconsistenza dei salari. La dignità del lavoro. Una gioventù precaria e una pensione che non ci sarà mai. La dimensione materiale che infrange quella dell’esistenza per decine di migliaia di giovani. Altro che bamboccioni e nullafacenti. Almeno Brunetta è da un po’ che tace.

E se si fa finta di non vedere, non è che il problema non esista. Nemmeno quando prevale il silenzio della rassegnazione e la solitudine. Figurarsi al ruggire della protesta sociale.

Pensare che i padri, le madri e i nonni insegnavano che con il duro lavoro e lo studio si sarebbe potuta migliorare la propria condizione esistenziale. Magari con la lotta e la fatica. C’era la loro vita a testimoniare: lavori, produci, ti fai una famiglia, dei figli, la casa e ogni tanto lo sfizio di una serata al cinema ci scappa pure. Oggi uno studente, un diplomato o un laureato sono poco più che agnelli adagiati sull’ara sacrificale del mercato: dei saperi, dei corpi, delle vite. E la dimensione dell’autoderminazione della persona ormai un concetto astratto.

Chissà se il capogruppo Gasparri e il ministro La Russa - ed insieme anche persone più intelligenti e sensibili di loro – vorranno prima o poi capire che si può anche incarcerare uno studente ma non il diritto al futuro. Eppure Antonio Gramsci dovrebbe aver insegnato qualcosa: che non si arrestano le idee, caro Maurizio.

Michele Piras