L'Editoriale

»  20 dicembre 2010 - Fuori dalla storia

Cagliari - Insomma, anche Gasparri no. Pensavamo di aver toccato il punto più basso con Alemanno e La Russa, ex picchiatori fascisti – gente che di incidenti e scontri con la polizia in piazza se ne intende – che oggi pontificano sulla violenza di martedì scorso a Roma. Invece no, mancava ancora il capogruppo al Senato del Popolo della Libertà. Non l'avessero già identificato, verrebbe da dire che l'uomo con la pala sarebbe potuto essere lui: ché a scavare oltre il fondo c'è sempre spazio. E siccome il dito medio contro Fini subito dopo la fiducia votata alla Camera una settimana fa non aveva avuto il dovuto riguardo, ecco la ricerca della ribalta a ogni costo: anche quello di passare per sconsiderato, che tanto ad alcuni personaggi sembra interessare poco.

La ricetta di Gasparri in vista di dopodomani, quando il ddl Gelmini arriva al Senato per la discussione definitiva, è semplice: per evitare gli scontri servono arresti preventivi. Aveva già parlato dell'estensione del Daspo dagli stadi alle manifestazioni politiche, il capogruppo. Evidentemente non bastava: “Serve una vasta e decisa azione preventiva, si sa chi c'è dietro la violenza scoppiata a Roma. Per non far vivere all'Italia nuove stagioni di terrore, qui occorre agire con immediatezza. Qui ci vuole un 7 aprile: mi riferisco a quel giorno del 1978 in cui furono arrestati tanti capi dell'estrema sinistra collusi con il terrorismo”.

Vabbè: sbaglia pure l'anno (era il 1979, non il '78), ma Gasparri parla delle retate che, partite da Padova, decapitarono i vertici di Autonomia Operaia. L'ipotesi del giudice che ordinò gli arresti in tutta Italia – Pietro Calogero – era che dirigenti e militanti fossero il “cervello organizzativo di un progetto di insurrezione armata contro i poteri dello Stato”.

Il famoso “teorema Calogero”, appunto, dal nome del pm che diede il via all'operazione. Uno che oggi è procuratore aggiunto a Venezia e dice: “Invocare un nuovo 7 aprile è una sciocchezza, quegli arresti furono frutto di un indagine di anni di lavoro condotti nel pieno rispetto della legalità: riproporli oggi equivale a dare una risposta emotiva sbagliata”. Quello di oggi, aggiunge il giudice in una lunga intervista su La Stampa, “è un movimento di protesta e di insoddisfazione: per il momento non vedo nulla di eversivo”. In quegli anni, ricorda, c'era un attacco allo Stato: “Oggi no, non colgo indizi di illegalità e, dunque, non capisco su quali basi si debba formare una risposta strutturata dello Stato. Oggi c'è bisogno di risposte politiche, non di repressione”.

Ora: non è che Gasparri ha sbagliato solo l'anno. Gasparri ha proprio sbagliato, è fuori dalla storia. Senza rimpianti per lui, ma se le risposte politiche devono arrivare da personaggi così abbiamo decisamente ragione a essere preoccupati.

Marco Murgia