Politica e istituzioni

»  17 dicembre 2010 - I dintorni del 14 dicembre, strani giorni della decadenza. Nel Palazzo e nelle piazze

Piccole riflessioni sui mutamenti della società ma anche su quelli della politica. Sulle difficoltà di capire, da dentro le mura, cosa succede fuori

Cagliari - Gli eventi del 14 dicembre rendono evidenti alcune questioni che si sono incrociate – quasi a simboleggiare una possibile sintesi della fase politica e sociale – tra piazza e Palazzo, tra voti parlamentari e guerriglie urbane.

Innanzitutto è certa – se volessimo ridurre il tutto alla semplificazione mediatica – la vittoria di Silvio Berlusconi sul transfuga cofondatore Gianfranco Fini. La vittoria della strategia dello scioglimento anticipato delle Camere: altrimenti non sarebbe certo spiegabile a nessuno la maniera attraverso la quale si governa con 3 voti di maggioranza. Ivi comprese le puerpere.

In altri termini, nella contesa per ora tutta parlamentare, sul futuro del centrodestra è chiaro che il vecchio premier non ha nessuna intenzione di lasciare il campo. E su questa partita è disponibile ad investire consistenti risorse. Anche non solamente politiche.

In secondo luogo registriamo la riprova – sul piano morale – di una diffusa corruzione del dibattito politico. Poco conta se effettivamente vi sia stata una “compravendita”. Speriamo che la magistratura faccia il suo mestiere. La questione prevalente è che la propensione al trasformismo del sistema politico italiano – in questi lustri di seconda Repubblica – non ha fatto altro che aumentare.

In questo è compreso il trasformismo di pezzi di partiti che sul “moralismo” e il giustizialismo hanno costruito parte consistente delle loro fortune. E vallo a spiegare oggi che non curi la selezione della tua rappresentanza istituzionale.

Terza questione: siamo al fallimento dell’ipotesi di superamento del berlusconismo tutta conchiusa nel Palazzo. Quindi al fallimento innanzitutto del Pd. Ed ecco spiegato l’inedito balbettare di Rosy Bindi di fronte alle domande di Paolo Mieli a Ballarò.

Il più grande partito del centrosinistra non ha più una strategia. Se non quella ipotesi, che fino a qualche tempo fa pareva eresia: la marcia di avvicinamento al terzo polo. Lo sbocco ultramoderato, insomma: Pd (o significative componenti interne), Udc, Mpa, Api, Futuro e Libertà.

Il che non solo rivoluzionerebbe il quadro politico attuale oltre ogni più fervida immaginazione, ma renderebbe ancor più strategico il ruolo di Nichi Vendola e di Sinistra Ecologia e Libertà nel costruire il nuovo centrosinistra.

Altro elemento: gli scontri di piazza a Roma. La violenza a scardinare una manifestazione in grande prevalenza pacifica. Lo “spettro” degli anni ’70 che torna ad affacciarsi. Panico fra le signore in pelliccia.

In realtà è vero che quegli scontri non hanno niente a che vedere con quanto successe nel ciclo di lotte globali dei primi anni del millennio. A Genova e non solo. E’ altrettanto vero, però, che non si può – a ragion veduta – parlare né di ipotetici black block né di “violenza senza ideologia”.

Innanzitutto perché la violenza può essere “in sé” un’ideologia. In secondo luogo perché i crescenti livelli di violenza costituiscono una componente fondamentale dell’epoca decadente nella quale viviamo. Semmai è una violenza senza progettualità politica. Sia nel senso che non ha uno sbocco politicamente visibile, sia nel senso che – allo stato attuale – non c’è progetto politico progressista credibile che dia respiro e risposta ai bisogni ed alle domande che provengono dalla società.

Insomma, al di la di qualsiasi atteggiamento giustificatorio (che appunto è meglio lasciare all’ideologia di ciascuno), il ribellismo violento è una delle tante risposte possibili alla drammatica distanza che c’è fra il Paese reale e la politica. Al pari del silenzio e della rassegnazione, dell’isolamento dei corpi sociali e del dilagante astensionismo.

Ciò che non torna – nelle relazioni fra politica e società – è precisamente l’incapacità della politica di restituire alle domande sociali risposte convincenti sul piano della prospettiva e del modello sociale. Ed in questo cuneo – che dura da troppo tempo – la situazione è divenuta esplosiva.

La cifra della contemporaneità sono la precarietà la povertà. Come nell’800. A questo è arrivato il Paese all’uscita dall’era dell’ultraliberismo. E la società, grande e terribile e complessa come il mondo nel quale viviamo, ha urgente bisogno di una alternativa che torni a parlare di un’altra Italia possibile e, possibilmente, migliore di questa.

Esiste una componente – maggioritaria e sana – della nostra società che va coinvolta in un grande processo partecipativo e progettuale. Ecco perché è giunta l’ora di aprire una nuova grande campagna che torni a parlare a tutto il Paese.

Se ne farà carico Nichi Vendola? Noi crediamo di si. Anche perché lo sta già facendo da qualche tempo. Adesso è giunta l’ora di osare. E chissà che la speranza in un Paese diverso possa realmente divenire concreta nel volgere di qualche mese - di ulteriori convulsioni e giochi di palazzo – all’uscita dei quali si vada alle elezioni anticipate.

Michele Piras