Lavoro e economia

»  17 novembre 2010 - Collaboratore? Molto meglio freelance: nei giornali i precari di cui nessuno parla

Il racconto in prima persona di chi un contratto da giornalista non l'ha mai avuto. Però i quotidiani ha contribuito a scriverli: funzionano così, le redazioni

Cagliari - Credo di essermi definita “freelance”, qualche volta. Lo ammetto: il termine esercita un certo fascino ed è più chic di “precaria”, collaboratrice coordinata o scoordinata che sia. Quel free, poi, evoca libertà e indipendenza: parole molto in tra i giornalisti, decisamente out dentro le redazioni. Ma tant’è. Mi è capitato senz’altro quando, in missione, cercavo di nobilitare agli occhi dei miei occasionali interlocutori un lavoro per il quale mi sentivo sfruttata, sottopagata, sottovalutata.

Mi ripetevo spesso che quello era il prezzo. Il disvalore del sogno. La gavetta, il pane duro e via via sfruttando, ne ho sentite tante. Qualcuno mi riferì che in una delle testate dove ho lavorato ci definivano, noi collaboratori, “albanesi”. Lo dico giusto per ricordare, col sorriso amaro, la considerazione spesso riservata ai giovani dai più vecchi “colleghi” giornalisti. Quelli che consideri un sacco bravi, un modello, sennò mica sarebbero lì a darti ordini. Col tempo, però, ho imparato a dividere i bravi dai fortunati, i buoni dai cattivi. Quelli con la schiena dritta da quelli che di piegarsi non glielo devi neppure chiedere, perché si presentano in direzione a quattro zampe. In sincerità, lo voglio dire: la solidarietà tra giornalisti “veri”e collaboratori si consuma nell’esercizio della subordinazione e, con miserabile pena, in caso di insubordinazione.

Sin dagli esordi desideravo occuparmi di politica, in chiave sociale. Così avrei potuto raccontare e descrivere storie e fatti di ordinaria ingiustizia e assolvere, in un certo senso, la mia “missione” . Quella di contribuire a costruire un mondo migliore, vigilando sui suoi inquilini. Ben presto, mi ritrovai a cercare buchi, fogne e topi. Fonti molto attive, per fortuna, nel mio quartiere di periferia. Le passate esperienze mi fruttarono solo derisione e la possibilità di ricominciare dal gradino più basso. Avere esperienza mi consentiva di farne altra. Il che è tutto dire.

Ho spesso pagato di tasca il mio lavoro, senza rimborsi benzina o telefonici. Anzi, diciamolo, ci ho proprio rimesso. Pur di scrivere, nella convinzione e nella speranza di raggiungere l’obiettivo, le uscite hanno superato di gran lunga le entrate. E, ripensandoci, qualche centinaio di euro l’ho proprio buttato. Quando il sogno si era irrimediabilmente trasformato nel mio incubo peggiore. Erano tempi in cui neppure quei pochi soldi dovuti mi rincuoravano il portafoglio. Fu memorabile il giorno in cui, lusingata ma senza merito, fui “individuata” come capo-rivolta dei collaboratori e invitata (no, no macché minacce: in amicizia, per carità) a desistere dai miei propositi rivoltosi.

E’ passato tanto tempo, in fondo. Eppure, qualche giorno fa, i ricordi sono riaffiorati in occasione dell’assemblea generale del lavoro autonomo organizzato all’Associazione della stampa sarda. Seduta in mezzo a tanti colleghi, amici in qualche caso, più volte mi sono persa tra i miei pensieri per sfuggire alla banalità di certe dichiarazioni. Una su tutte, quella sui contributi Inpgi-gestione separata: “Non temete, quei soldi sono in cassaforte”. Stiamo parlando, così che anche i profani possano riderci su, della nostra pensione.

Giovani, più o meno. Ma in platea la precarietà è persino brizzolata. Ci chiamano freelance, forse perché precario è un termine inflazionato nel mercato del lavoro. Così sembra meno sfigata la categoria delle nuove generazioni: freelance. Free, sebbene non mi sia mai sentita libera dentro quell’indipendenza con molti doveri e pochi diritti.

Questa è un po’ la mia storia, che è la storia di tanti. Che è forse un po’ la storia di Paola, giornalista precaria-collaboratrice del Corriere della sera. Da quattro giorni digiuna: protesta con lo sciopero della fame contro una precarietà difficile da digerire dopo tanti anni di collaborazione senza futuro.

Cinzia Isola