Ambiente e territorio

»  11 novembre 2010 - Economia ed ecologia, binomio indissolubile. Un altro modello di crescita č possibile

L'ultimo incidente alla Saras di Sarroch e il costo del prodotto finito che non tiene conto dei costi che concorrono alla produzione stessa

Cagliari - È facile essere informati sul gossip nazionale ed internazionale, volontariamente o involontariamente, tanto quanto è difficile trovare informazioni sulle lesioni ambientali alle quali la nostra Isola è quotidianamente sottoposta.

La quasi totale assenza attraverso quelli che dovrebbero essere i canali e le fonti convenzionali di fruizione delle notizie ci fa pensare alla presenza di una doppia morale: siamo maggiormente interessati all'osservazione del nostro costrutto artificiale quotidiano rispetto al nostro ambiente naturale di vita. Una polarizzazione che ha un’origine storica assai recente e che nonostante ciò pervade la nostra forma di osservare, priorizzare, agire.

La separazione creata nella modernizzazione e dal pensiero scientifico convenzionale che ha provocato la separazione tra essere umano e natura, è probabilmente la base dell’attuale crisi ambientale. La strumentalizzazione di definire le risorse naturali come un bene infinito e ristrutturabile ci continua a permettere di giustificare la poca attenzione che noi prestiamo quotidianamente al nostro intorno. Nella stessa maniera, questo tipo di pensiero ci porta semplicisticamente a metterci davanti all’unica scelta di preferire un lavoro a qualsiasi costo, senza relazionarlo con le perdite ambientali irrecuperabili, non reintegrabili che influiscono sulle persone e sulla natura.

Questo costo del ciclo reale della produzione non viene correttamente analizzato nel suo complesso. Il prodotto come bene finito non tiene conto dei costi che concorrono alla produzione stessa: per esempio la salute del lavoratore e della lavoratrice, la salute delle persone che vivono nei territori, la salute del territorio stesso.

È dunque di questi ultimi giorni la notizia che la Saras di Sarroch sta riversando in mare idrocarburi. “A Sarroch cade troppa pioggia, la Saras apre gli scolmatori per fare defluire l’acqua piovana ma scarica anche una vasta quantità di idrocarburi che forma un’enorme chiazza sul mare, larga 200 metri per 400”. E’ successo all’alba di ieri: “Abbiamo attivato le procedure da attuare in questi casi”, dice all’Unione Sarda il responsabile della prevenzione e sicurezza della raffineria Antonello Cogoni. In diretta su Radio Press Vincenzo Tiana, presidente di Legambiente Sardegna, parla della mancanza evidente di una procedura di manutenzione che garantisca la sicurezza dei meccanismi di controllo: richiamando Provincia, Capitaneria e Regione alla verifica e all’indagine.

Sul sito della Regione troviamo invece che “una tubazione del pontile che collega gli impianti di terra all'isola si è rotta e una parte degli idrocarburi è finita in mare. E in mare sono anche finite le acque sporche dei canali della raffineria dopo l'apertura, resa obbligatoria per motivi di sicurezza, degli scolmatori, per via delle piogge abbondanti cadute durante la notte. La decisione di aprire le serrande sigillate dalla Provincia, prevista da un preciso protocollo di sicurezza firmato dall'azienda con gli enti competenti in materia ambientale, è stata presa alle 4 di ieri mattina, proprio per evitare danni agli impianti più delicati”.

Cioè si vorrebbe dire che la Saras per non provocare danni alle sue strutture (danni comunque causati da una omissione nelle procedure di sicurezza ambientale da parte della stessa Saras), ha preferito provocare danni al nostro “impianto” più delicato?

È necessaria un’analisi completa della struttura economica che vogliamo e che possiamo creare. Riflettere ed agire sull’importanza non di smantellare le strutture esistenti senza presentare alternative di occupazione, ma di procedere ad una transizione che permetta la creazione di un modello economico stabile e sostenibile, che sia fonte della nostra indipendenza.

Un modello grazie al quale non sussista più il ricatto che ci “obbliga” a scegliere tra lavoro e cura di noi stessi e della nostra Terra.

Silvia Doneddu