Ambiente e territorio

»  5 ottobre 2010 - Comuni, problemi sociali ed economici. In più tutte le difficoltà burocratiche

Intoppi legislativi e lentezze amministrative tra i problemi degli enti locali in Sardegna: comunità da rivalutare, non da ostacolare

Cagliari - Era nascosto tra le decine di punti che la Giunta regionale aveva all'ordine del giorno il 15 settembre: il disegno di legge per la modifica dell’articolo 3 della Legge Regionale 2/2005 numero 12, quella sulle “Norme per le Unioni dei comuni e le comunità montane. Ambiti adeguati per l’esercizio associato di funzioni. Misure di sostegno per i piccoli comuni”.

“Finalmente”, uno pensa: è la volta buona che si pone mano al riassetto degli enti locali sardi.
Poi si entra nella deliberazione della Giunta e si scopre che l’importante e impegnativo ordine del giorno riguarda l’inserimento (giusto, peraltro) dei consiglieri comunali tra le figure che possono essere delegate dal sindaco a far parte dell’assemblea delle Unioni dei comuni. Un articolo unico.

Intanto nei Comuni sardi che accade?

Succede che gli amministratori locali subiscono l’impatto con l’onda della piena gonfiata dal disagio sociale: questo li trasforma in una categoria davvero a rischio, bersaglio di attività delinquenziali, con obiettivi obliqui, in nessun caso ammissibili a qualsivoglia giustificazione. Succede che il patto di stabilità lega mani e piedi le amministrazioni comunali e provinciali: hai pochi soldi e non li puoi neanche spendere. Accade che i presìdi istituzionali fondamentali per le nostre comunità stiano venendo meno: scuole, uffici postali, le caserme dei Carabinieri. C'è che i presìdi sociali sono ormai isteriliti dalla fuga delle giovani generazioni per quel fenomeno soffocante che si chiama spopolamento. E in tutto questo il cosiddetto federalismo fiscale rischia di essere, per la Sardegna, il colpo mortale anziché una opportunità. democrazia, i diritti, le opportunità per tutti i sardi sono ad altissimo rischio. E non dal 15 settembre.

L’altro storico intervento riguardante gli enti locali – in questa complessa quanto drammatica situazione – la maggioranza lo fa entrare in finanziaria: inserisce la norma che consente la possibilità del terzo mandato consecutivo ai sindaci in carica nei comuni fino a tremila abitanti. Era una norma attesa da molti amministratori. Ma, come l’altra citata, non capisco cosa c’entri con la riforma e la necessaria e urgentissima riorganizzazione degli enti locali in Sardegna. Questi interventi episodici e sconnessi, a fronte della posta in gioco, tradiscono in realtà la totale mancanza di un disegno organico nella materia.

La situazione dei Comuni sardi ci dice che su 377 comuni 266 hanno meno di 3000 abitanti: di questi, circa 120 ne hanno meno di mille e 35 sono popolati da meno di 500 abitanti. Vale a dire che fra dieci anni non esisteranno più, e non solo dal punto di vista amministrativo. Il mix delle questioni sociali antiche e moderne produce il celebre cane che si morde la coda. Per questi 266 comuni isolani, ma non solo per loro, è obbligatorio lo svolgimento delle funzioni fondamentali dei Comuni in forma associata. Qualcuno si vuole prendere l’impegno, tipico di chi governa, di spiegare per bene cosa ciò significa?

Credo che accettare che si proceda con interventi disorganici, senza un disegno politico lungimirante – fondato sull'analisi scientifica e su alcuni obiettivi urgenti che possano da tutti essere condivisi – sia un comportamento suicida per le autonomie locali sarde. Invece su questa materia possono e devono trovare gli stimoli per codificare una parte importante della peculiarità sarda, che cerca e trova il proprio originale modo di organizzarsi affermando una parte importante della propria identità.

Paolo Serra